Storicamente la figura del leader in azienda è sempre stata percepita secondo alcuni tratti caratteristici: autorità, comando, carisma, distanza. In passato il verticismo rappresentava la prassi nell’organizzazione aziendale, con un capo forte, determinato, lontano dai livelli inferiori, guardato con deferenza e a volte timore reverenziale.

Oggi è cambiato tutto. È tutto diverso, perché è cambiata radicalmente la società e con essa sono cambiate le persone e le loro esigenze. Nell’era delle great resignation e dell’employer branding il concetto di lavoro inteso solo come “tu fai e io ti pago, punto” funziona sempre meno e andrà progressivamente a sparire. Insomma, l’aspetto meramente transazionale da solo non regge più e di sicuro non reggerà in futuro. Le persone non cercano più solo uno stipendio per andare avanti, ma puntano a ben altro. Cercano un bell’ambiente di lavoro, con un buon clima interno, cercano coinvolgimento, prospettive di crescita, il sentirsi parte di un progetto in cui hanno un peso, cercano un maggiore bilanciamento tra vita lavorativa e privata e buone condizioni di lavoro non solo dal punto vista professionale ma soprattutto relazionale e umano.

Le aziende non possono far altro che interpretare al meglio i cambiamenti della società per adeguarsi alle nuove dinamiche. Tutto questo si riverbera anche negli aspetti legati alla direzione aziendale. Si sta passando da una figura di leadership distante a una accessibile, aperta e gentilmente autorevole. Una figura nuova, che ispiri, con cui potersi confrontare, un profilo rassicurante, che ascolti realmente le opinioni dei sottoposti e ai quali allo stesso tempo dia libertà e affidi responsabilità. Uno con cui ci sia gusto a lavorare. Un mentore. 

Specialmente i talenti, insomma quelli veramente bravi, a differenza del passato hanno accesso a tutte le informazioni sulle aziende e quindi possono scegliere in modo ponderato a chi proporsi, valutando con attenzione dove andare a lavorare, e soprattutto con chi avranno a che fare, cercando anche la migliore leadership possibile. 

Carlo Ancelotti rappresenta alla perfezione questo nuovo profilo di leader, quasi fosse un prototipo. La prova centrale di questa tesi è data dalle voci dei suoi stessi calciatori. Basta infatti sentir parlare i suoi giocatori per capire l’impatto di tale modello di guida. Cosa ne pensano, quanto lo stimano, come lo rispettano. E soprattutto quanto darebbero l’anima per lui quando scendono in campo, con la speranza che la società non lo mandi mai via.

Nel match di semifinale con il Manchester City del maggio 2022, la sua squadra, il Real Madrid, compì un’impresa conquistando la finale di Champions League, ribaltando il 4-3 dell’andata. Poco dopo, Cingurito TV esaltava in questo modo l’allenatore: “I giocatori del Real Madrid sono convinti di avere il miglior allenatore del mondo. Questa partita ha dimostrato che lo è, perché in questa Champions League ha fatto fuori club come Psg, Chelsea e Manchester City“.

John Terry, capitano del Chelsea che Ancelotti guidò alla conquista del loro primo Double, fu definito da Carlo “il capitano dei capitani”. Di lui, il capitano dei capitani disse: «Quel che amavo davvero di Carlo era la sua capacità di guidare gli uomini. Si ambientò in un attimo e, quando parlava con me, con Frank Lampard, con Didier Drogba, voleva sapere la nostra opinione: “Forse ci stiamo concentrando troppo sulla tattica? Stiamo facendo troppo di questo o di quello?”. In tutta la mia carriera non ho mai avuto un altro allenatore che si interessasse così sinceramente dell’opinione dei calciatori, che affidasse loro reali responsabilità».

Tanta roba.

Cristiano Ronaldo diceva di Ancelotti: «È una persona così sensibile. Parlava con noi tutti i giorni. Non solo con me, ma con tutti i giocatori. Si divertiva insieme a noi. È una persona incredibile. Auguro a ogni giocatore di avere l’opportunità di lavorare con lui perché è un uomo fantastico, un allenatore fantastico e mi manca molto». 

Zlatan Ibrahimovic, non esattamente un tenerone che si lascia andare a effusioni verbali, quando parla di Ancelotti dice questo: «È l’unico allenatore che ho avuto capace di costruire un rapporto così perfetto con i suoi giocatori, persino più capace, in questo, di Mourinho. Quando abbiamo vinto lo scudetto, ci ha riuniti tutti in una piccola stanza in modo da poterci ringraziare uno a uno. Aveva un messaggio personale per ognuno di noi».

Questa, poi, su Benzema è ancora più interessante. Un giorno Karim sbagliò un rigore e Ancelotti si prese tutta la colpa del suo primo penalty sbagliato con la maglia del Real Madrid. Carlo disse: «Sono stato io a dirgli che gli avversari ormai studiano i suoi rigori e che sarebbe stato meglio se stavolta avesse calciato in una direzione diversa dal solito. Lo ha fatto e ha sbagliato. Avrei dovuto tenere la bocca chiusa». È un’ammissione di colpa insolita per qualsiasi allenatore, tranne che per Ancelotti. Con la sincerità che lo ha sempre caratterizzato, a chi gli chiede quale sia il suo segreto, l’allenatore risponde che per lui tutto è cambiato nel momento in cui si è reso conto di essere «più bravo ad ascoltare che a parlare».

Il bello di questo modello è soprattutto l’efficacia che ha sui “grandi giocatori”, fondamentali per vincere le grandi partite, nel calcio come nel business.

Ancelotti ha fatto dell’equilibrio e della tranquillità il suo marchio di fabbrica. Si definisce leader calmo, e lo è a tutti gli effetti. 

Insomma, le sue imprese nascono proprio da lì, da quella foto con occhiali da sole col sigaro, circondato dai suoi giocatori sorridenti, in cui è racchiusa tutta la filosofia che determina il lavoro di allenatore di Carlo Ancelotti, che dice: “Io non sono abituato a fumare il sigaro, ma l’ho fatto come tra amici“.

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Oltre ovviamente alla competenza, all’esperienza, e a un team di lavoro di livello, la base dei successi di Ancelotti si ritrova proprio in questo rapporto speciale che riesce a costruire con i suoi calciatori, che non sono suoi sottoposti, ma persone con cui si rapporta da pari a pari, perché a loro vuole “un bene dell’anima“. Un sentimento che viene ripagato da prestazioni in cui i giocatori non vedono l’ora di gettare il cuore oltre l’ostacolo. Può sembrare una banalità, ma non di rado è proprio così che nascono le vittorie, senza perdersi minuzie tattiche che possono condurre invece a delle disfatte clamorose.

Ecco, il leader del futuro (e del presente) dovrà necessariamente riferirsi a queste caratteristiche. Chi non lo farà rimarrà progressivamente solo, o quantomeno a guidare una truppa di sottoposti che non lo seguiranno, o lo faranno controvoglia, sperando nel frattempo di trovare altre sfide, in altri contesti. E soprattutto con altri leader.